Quando oggi parliamo di «arte», dobbiamo essere consapevoli dell'ambiguità che il termine porta con sé. L'idea è fondamentale - la parola «arte», così come risuona nel discorso contemporaneo, è un omonimo ingannevole che rimanda a concezioni divergenti. Il concetto presenta in effetti molte sfaccettature, ma non occorre perdersi nel labirinto. Ci concentreremo sulle due principali.
Il pantheon delle arti§
C'è stato un tempo in cui l'«arte» non era un'entità autonoma. Esistevano sempre le «arti», al plurale, un pantheon vario che comprendeva musica, pittura, architettura, poesia, teatro e talvolta altro. Ciascuna aveva una propria autonomia, ma esisteva un'unità sottostante, quasi hegeliana - un'elevazione condivisa al di sopra dell'esistenza quotidiana. Separate dalla fatica di ogni giorno, queste arti servivano uno scopo superiore, un telos dell'esperienza sublime.
In questa concezione più antica, l'«arte» non era che un membro di una famiglia più vasta. Dire «La musica è un'arte del suono» non significava definire pienamente la musica, ma collocarla dentro questo quadro più ampio e olistico. Le arti erano tangibili, concrete, inseparabili dai loro mezzi - un dipinto, una sinfonia, un edificio. Erano fenomeni da esperire attraverso i sensi, non semplici astrazioni sospese in un vuoto concettuale.
La monoarte§
Nel XX secolo avviene uno spostamento. Dal profondo delle arti visive, e in particolare dalla pittura, emerge una nuova concezione dominante di «arte» - una monoarte che eclissa quelle precedenti. Questa nuova forma d'arte è un camaleonte, svincolato da qualsiasi mezzo specifico. La sua essenza non risiede in un oggetto fisico ma in una sorta di aura concettuale che aleggia intorno o dentro di esso. Non è la materia, ma l'idea, il significato, a esigere la nostra attenzione.
Nella sua ricerca del predominio, la monoarte relega di fatto le arti tradizionali a semplici tecniche. La bellezza, un tempo venerata, viene ora disprezzata come kitsch, residuo di un'epoca passata. Secondo la nuova dottrina, qualsiasi cosa può diventare «arte» - falegnameria, gastronomia o shopping. Forme tradizionali come musica, pittura o performance vengono ridotte a semplici mezzi, private del loro status unico un tempo celebrato.
La musica sotto il regime della monoarte§
L'emergere della monoarte ha proiettato una lunga ombra sul campo delle arti visive, in particolare sulla pittura, mentre la musica, insieme alle altre arti non visive, ha navigato in queste acque con notevole destrezza. Nella propria resistenza, la musica ha conservato il proprio prestigio di arte all'interno dello spettro poliartistico, anche mentre la rivoluzione della monoarte trasformava il paesaggio culturale.
Nel discorso contemporaneo continuiamo a chiamare la musica «arte», ma dobbiamo riconoscere la profonda ambiguità insita in questo uso. Quando parliamo della musica in relazione all'«arte», dobbiamo considerare che cosa stiamo davvero sottintendendo. Nel contesto di un'opera specifica, la musica potrebbe essere vista come un semplice strumento tecnologico, oppure potrebbe trascendere questo ruolo e diventare l'incarnazione dell'opera stessa. La questione non è banale. Rappresenta un enigma dialettico alla base di due approcci fondamentalmente divergenti alla valutazione di un'opera musicale.
Per riconoscere la potenziale ambiguità che la parola «musica» porta nella nostra lingua è indispensabile una consapevolezza critica. Nelle discussioni in cui definiamo la musica «arte», occorre chiarire quale dimensione dell'«arte» viene invocata. Questo sforzo non è soltanto un esercizio accademico. È un tentativo di attraversare il velo linguistico e comprendere davvero l'essenza di ciò che intendiamo quando chiamiamo la musica «arte» nel discorso contemporaneo.
